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dicembre 2012

Autoproduzione/ Un po' del mio mondo

Il mio sapone al the verde e…. la storia di un’amicizia!

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Due ragazzine incontratesi grazie ad un’inserzione….

Avevo 15 anni, ero una ragazzina timida e solitaria, grandissima lettrice ed instancabile grafomane… però avevo un po’ di intraprendenza e chiesi di pubblicare un’inserzione su un giornalino (ricordate il “Cioè”?), in cerca di amici di penna… del resto mica c’era internet negli anni ’80!

Mai avrei pensato di ricevere tante lettere, la mia paghetta se ne andava tutta in francobolli, ma grazie a questa valanga di contatti ho conosciuto gente speciale, amiche sparse in tutta Italia… e una più speciale delle altre, una quattordicenne che mi aveva cercata dalla mia stessa città, non rammento nemmeno più come mi avesse contattata, forse mi aveva telefonato (all’epoca ancora si trovavano tutti sull’elenco del telefono); siamo diventate amiche per la pelle, abbiamo fatto tante cose insieme, intere estati al mare, gelati in compagnia, lei altissima, magra, bionda e io più bassa, mediterranea e mora… non abbiamo mai litigato per un filarino perchè eravamo sempre tanto diverse… finchè un giorno qualcosa si è rotto, non so più nemmeno il perchè, nessuna di noi due rammenta cosa sia accaduto… il problema è che poi di lei non ho più avuto notizie, nessuno che ne sapesse nulla…niente!

Pochi mesi fa mi connetto a Facebook ed ecco una richiesta di amicizia, un bel segnalino rosso che sempre mi mette una voglia pazza di vedere chi mi cerca, mi piace sempre ricevere nuove richieste di amicizia… era lei!!! La mia amica Marina, non ci potevo credere, si era trasferita per sposare il lui dei suoi sogni, il suo principe azzurro…. un’emozione unica! Ci siamo viste di volata quando è venuta a trovare un po’ di vecchi amici, l’estate passata, poi sapendo che sarebbe ritornata a Natale…beh, ero contenta, ma con la consapevolezza che l’avrei vista di volata come la volta precedente; invece ha avuto un contrattempo, non sapeva dove alloggiare, e l’ho portata da me, ero strafelice come una bambina, grazie a mio marito che con il consueto amore e cura per me e per la mia felicità si è prodigato per sistemarla al meglio… insomma, abbiamo fatto ciò che si poteva, ma ne è valsa davvero la pena, era proprio bello riaverla intorno, stare il pomeriggio a chiacchierare davanti ad una tazza di the fumante, uscire insieme, anche solo per portare il cane a fare un giretto, poterle confidare le mie piccole chiacchiere intime, come facevamo trent’anni fa! Per lei ho preparato la crema per le mani, perchè fatica tutto il giorno e la pelle le si secca, per lei ho cucinato allegramente, ho messo la sveglia il mattino anche se io amo alzarmi con calma stiracchiandomi come un gatto, ma sono stata contenta di farlo per lei, per noi.

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Con lei che mi guardava, forse pensando alla tipa stravagante che si è ritrovata davanti dopo tanti anni, ho fatto il sapone: questo è al the verde, approfittando di un the che non mi piaceva affatto e che ho quindi utilizzato così, perchè buttarlo? Sarebbe stato un peccato….

Ho versato in una caraffa in plastica 300 gr. di infuso di the verde (a temperatura ambiente), l’ho appoggiata nell’acquaio e, munita di un bel paio di guanti in gomma (e aperta la finestra per non intossicarmi con l’odore pungente della soda), vi ho versato, con molta cautela e mescolando con un cucchiaio, 128 gr. di soda caustica.

Non avendo il termometro ho calcolato che sono sufficienti 15 minuti di riposo per arrivare circa a 45°C. (basta poter appoggiare le mani all’esterno del contenitore e sentire un calore tale da potercele tenere appoggiate), mentre nel frattempo ho riscaldato un chilo di olio evo versato in un pentolone in inox; quando ambedue i liquidi sono arrivati alla stessa temperatura (sempre prova mani) ho versato l’acqua con la soda nell’olio e ho iniziato a frullare con il minipimer, con molta cautela per evitare di spruzzare della sostanza caustica fuori dalla pentola.

In realtà in molti siti le raccomandazioni sono pure eccessive: si raccomanda l’uso del grembiule, di fogli di giornale per tappezzare il tutto…insomma, un po’ eccessivo, il che finisce per demonizzare l’uso della soda: l’unica cosa che mi sento di appoggiare, oltre all’uso dei guanti, è la protezione degli occhi… io sono abbastanza miope, quindi non ho avuto problemi, tanto senza occhiali non vedo nulla!

Tornando ora al procedimento: dopo pochi minuti di minipimer si arriva alla fase del “nastro”, ossia quando il composto è talmente denso che ci si può “scrivere” sopra con uno stuzzicadenti: questo è il momento in cui ho aggiunto le foglie di the verde, per ottenere un sapone lievemente esfoliante.

Ho versato poi il composto in uno stampo da plumcake in silicone, leggermente oleato, ho sbattuto un po’ lo stampo sul piano di lavoro per togliere eventuali bolle d’aria e ho messo il tutto al calduccio, avvolto negli asciugamani, per 24 ore: poi ho sformato il sapone e l’ho tagliato a pezzotti… ora è al fresco del terrazzo per la necessaria stagionatura, almeno un mese, ma più stagiona e meglio è (io di solito faccio affidamento sui due mesi)!

Le briciole rimaste al momento del taglio verranno polverizzate con il frullatore e utilizzate per il bucato in lavatrice con l’aggiunta di un po’ di bicarbonato di sodio: lavano benissimo e non si butta nulla!

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Riepilogo degli ingredienti:

1 kg. di olio evo

300 gr. di acqua (thè verde, nel mio caso)

128 gr. di soda caustica

foglie di the verde da aggiungere al nastro (quantità a piacere)

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Un momento musicale da condividere con voi:

[youtube=http://youtu.be/gTIRuGx7uc4]

Autoproduzione

Una pomeriggio rilassante a spignattare la crema mani!

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Oggi è stata l’ultima giornata libera dal lavoro che mi rimaneva, mi dispiace da morire dover ritornare in ufficio mentre il mio bimbo è a casa a godersi le vacanze senza di me… mi diverto con lui, facciamo i compiti, studiamo e spignattiamo in allegria!

Oggi il bimbo è stato carinissimo, si è messo d’impegno e ha preparato una valanga di crepes alla Nutella per coccolare il suo papà con una cena dolcissima, ma prima di lasciargli l’onore dei fornelli ho fatto un po’ di scorta di cremine, visto che molti amici me le chiedono e io le regalo volentieri!

La prima che ho preparato, perfetta per le mani molto sciupate, ha richiesto 20 gr. di cera d’api purissima sciolta a bagnomaria in 100 gr. di olio evo, una preparazione semplicissima alla quale io ho aggiunto anche 5 gocce di o.e. di lavanda ed altrettante di o.e. di arancio amaro: ne sono usciti due vasetti belli grandi… io la uso anche per le labbra, altro che sticks industriali, pieni di prodotti di sintesi!

La seconda è un po’ più “leggera” al tatto, ma ugualmente gradevole: ho sciolto a bagnomaria 20 gr. di cera d’api in 80 gr. di olio di mandorle e con l’aggiunta di 20 gr. di burro di karitè grezzo; nel momento in cui il tutto si è sciolto ho aggiunto 10 gocce di lavanda in 20 gr. di acqua distillata e ho immediatamente frullato con il minipimer… l’alternativa è sostituire una piccolissima parte dell’acqua distillata con dell’alcool buongusto (quello per liquori) per ottenere una crema più morbida (ma non adatta, in questo caso, per le labbra).

Riepilogo degli ingredienti per la crema base:

100 gr. di olio extra vergine di oliva

20 gr. di cera d’api purissima

15 gocce di o.e. di lavanda

15 gocce di o.e. di arancio amaro

Riepilogo degli ingredienti per la crema mani:

80 gr. di olio di mandorle da spremitura a freddo

20 gr. di burro di karitè grezzo

20 gr. di cera d’api purissima

20 gr. di acqua distillata (eventualmente sostituite una parte con dell’alcool buongusto)

10 gocce di o.e. di lavanda

Ovviamente la scelta degli olii essenziali è puramente personale….

La casa ora è profumatissima e, nel fare qualcosa di utile, ho ottenuto un risultato ben migliore di quello che avrei avuto utilizzando dei deodoranti per ambiente industriali e nocivi, contribuendo anche ad armonizzare l’aspetto “festoso” di questi giorni… vi lascio con uno scatto dei miei vasetti di crema e con un paio di immagini del calore soffuso delle candele che mi fanno compagnia…

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Un po' del mio mondo

Un abbraccio pieno di amore a tutti voi!

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A voi che mi siete stati vicini, a voi che siete in pochi, ma so che il vostro affetto è sincero, a voi che mi avete sostenuta in quest’avventura appena iniziata e ad alcuni di voi che mi hanno sostenuta anche nel corso di altre fasi della mia vita.

A voi che sapete che quest’anno sono circondata dall’amore e lontana dai veleni, a voi che mi conoscete e sapete che la serenità ancora mi è ostile, a voi che avete fiducia nella mia caparbietà nell’arrivare dove voglio, serenità compresa…

A tutti voi…. grazie di esserci!

Buon Natale!

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Dolci e desserts

Il regalo perfetto? Un vassoio di ciambelle!

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Dopo l’euforia ubriaca di felicità di Iaia ho iniziato a riflettere sull’importanza del regalo “perfetto”, di quello privo di valore economico, ma fatto e cercato con il cuore, adatto alla persona che lo riceverà, pensato e ragionato esplorando l’anima di colui il quale lo avrà, lontano da valutazioni economiche, da griffe o dalle mode del momento.

Sono parecchi anni che nel periodo natalizio gironzolo nei negozietti del centro perchè è tutto sbrilluccicoso, allegro, colorato… e guardo con distaccata tristezza una moltitudine umana che si accalca sugli scaffali senza capire un’acca di ciò che sta facendo, è tutto un “compra-compra” e un sentir dire che “anche questo ce lo siamo levati dalle scatole”: ma che regali sono questi? Ho avuto un periodo di overdose natalizia, di nausea totale dovuta al consumismo che ho dinanzi ogni giorno, dal consumare la gioia di un regalo cercato in una frazione di secondo, come una candela che si esaurisce subito a causa di uno stoppino sbagliato… insomma, sono anni che provo un fastidio epidermico al solito “buon Natale e buone feste” buttato lì per dovere, come se a colui il quale me lo dice importasse qualcosa del mio Natale, ma si sa… va detto, no? E’ un clichè, una costante codificata… e come ogni codificazione a me dà un fastidio profondo!

Quest’anno giocoforza ho dovuto rivalutare la situazione perchè mi sono trovata in bolletta perenne, come gran parte dei miei connazionali, in grosse difficoltà con una parte dei membri della famiglia, nei confronti dei quali qualsiasi regalo sarebbe stato fatto per dovere e non per piacere, quindi ho riconsiderato il valore di un dono preparato con le mie mani e con amore, doni che sono ancora in lavorazione perchè ho avuto un surplus di lavoro in ufficio e mi trovo inguaiata.

La settimana scorsa mio figlio ha avuto una grossissima delusione da San Nicolò, che non ha visitato un paio di case dove lui si aspettava di trovare un pensierino, l’ho visto con gli occhietti gonfi di pianto, con la delusione dipinta sul visetto e io ne ho sofferto da morire perchè la cosa peggiore è deludere un bambino, quindi ho voluto donargli una mattina del mio tempo, una giornata rubacchiata all’ufficio, complice il maltempo e il ghiaccio, che non ho utilizzato per il riposo, anche se ne avrei avuto un bisogno disperato, ma per far felice il mio topolino!
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Non le avevo mai fatte le ciambelle, ma queste sono di una semplicità disarmante e di una bontà e morbidezza incredibili, verrebbe da sdraiarcisi sopra e farci un sonnellino (eh sì… la stanchezza si fa sentire…), quindi ora vi spiego come si fanno e vedo di prepararne delle altre al più presto!

Ho cucinato nella pentola a pressione 600 gr. di patate con un po’ di sale (in realtà ho cannato tutte le dosi perchè quando sono stanca tendo a dare i numeri, ma poi ho aggiustato tutto in proporzione…con il risultato di aver sfamato mezzo quartiere), poi le ho pelate e passate allo schiacciapatate, aggiungendovi un chilo di farina, due cucchiai di zucchero, quattro uova, le bucce di un limone e di un’arancia grattugiate, 200 gr. di burro fuso e una bustina di lievito di birra liofilizzato (o un cubetto di lievito fresco) sciolto in 25 gr. di latte tiepido, ho poi impastato bene il tutto e lasciato a riposo per un paio d’ore.

Successivamente ho ottenuto dei rotolini di impasto, aiutandomi con dell’altra farina, che ho unito a formare delle ciambelle, da friggere velocissimamente nell’olio bollente, dopodichè è stato sufficiente appoggiarle sulla carta da cucina e, ancora calde, ripassarle nello zucchero semolato.

Mangiate calde mi hanno lasciato qualche dubbio, secondo me un pizzichino di sale in più non ci sarebbe stato male, ma una volta fredde erano assolutamente perfette… il mio bimbo ha dimenticato il momento di delusione, si è fatto coraggio dicendo che il regalino ce lo compriamo noi con i risparmi alla faccia di San Nicolò che si è scordato qualche passaggio e con le guanciotte piene di ciambella è tornato a giocare!
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Ecco, questo è stato il regalo perfetto: per un bambino non servono grandi spese, un bimbo non farà mai i conti nel portafoglio della mamma, ma una giornata dedicata a lui e a riempirgli il pancino di cose golose non ha prezzo!
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Riepilogo degli ingredienti:

600 gr. di patate

1 kg. di farina

2 cucchiai di zucchero

1 pizzico di sale

1 bustina di lievito (o un cubetto) di birra

25 gr. di latte

la buccia di un’arancia e di un limone

200 gr. di burro

4 uova

olio di semi per friggere

zucchero semolato per la finitura finale

Vi regalo qualche scatto che ha accompagnato il mio fine settimana a Levico Terme…
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e due scatti fatti al volo lungo la Strada Costiera al momento del ritorno… in controluce, ovviamente!
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Un po' del mio mondo

Questa è la storia di un regalo

Il titolo è degno di Maria De Filippi a “C’è posta per te”. Ma qui non abbiamo calciatori, attori, o vipssss. Qui abbiamo un gruppo di amici e una persona speciale.

Cosa si regala a una persona che ha tutto? Un’emozione. Ecco. Il senso di questo post è proprio questo. Regalare un’emozione.

C’era una volta una bambina che inventava mondi, insieme con la mamma. Questa bambina divenne una ragazza che iniziò ad appassionarsi alla rete. Questa ragazza conobbe un ragazzo, in rete. E insieme scoprirono di essere l’uno l’amore dell’altro. Per la vita. E lo scoprirono senza nemmeno essersi mai visti. E quando si videro decisero di vivere insieme. Una favola del XXI secolo. Come le favole che popolano i mondi che la ragazza continua a inventare.

Questa ragazza è nata il 12 dicembre alle 12. Il numero 12 la segue da quando è nata, e ovviamente quest’anno, il 2012, ha un fascino particolare. Perché la data si scrive 12.12.12. E allora, per regalare un’emozione a Iaia, che voleva tanto fare una rivista per Natale, ma ha dovuto occuparsi necessariamente di altro, la rivista gliela regaliamo noi. Perché dico noi? Perché questo è un progetto a cui hanno preso parte tante persone. Una redazione virtuale, un Comitato di Redazione per correggere, impaginare, coordinare, aiutare. E tanti contributi scritti col cuore.

Perché tutta questa partecipazione? Perché 30 persone si mettono a scrivere? Perché qualcuno si mette a fare le nottate per correggere e impaginare? Perché si gestiscono centinaia di email, messaggi whatsapp, linee di chat gtalk, comunicazioni skype? Chiaramente ognuno continuando a fare quel che fa, rubando tempo dove si può, e a volte dove non si può. Perché?

La risposta più semplice è che si vuole restituire un po’ di quel che si è avuto. Perché Iaia è un catalizzatore di emozioni positive. Un formidabile aggregatore di pensieri positivi e di bei sentimenti. Perché Iaia è una bella persona. E per una volta, vogliamo farle sentire cosa vuol dire sentirsi oggetto di affetto, proprio come tutti i giorni fa lei con quelli che la leggono.

Oggi, 12.12.12, tutti i partecipanti all’iniziativa che hanno un blog pubblicano un post esattamente alle 12.12. E la rivista. Che si può vedere qui sotto.

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Ma siccome sappiamo che Iaia ha un’insana e smodata passione per i mela-device, e i mela-device purtroppo non leggono flash, c’è anche la possibilità di arrivare alla rivista tramite questo link.

Buon compleanno Iaia!

Etniche

Un ritorno al primo amore: sushi e cultura nipponica!

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Amante della cultura nipponica da sempre, vissuta e respirata in dieci lunghi e faticosi anni di karate shotokai praticato con un sensei di quelli “veri”, non un istruttore improvvisato, ma un maestro di fama internazionale, un purista grazie al quale ho apprezzato il valore della fatica, la lezione di un pugno in pieno stomaco per non averci messo la necessaria concentrazione, la forza della mente che prevale sul corpo e sulle sue vulnerabilità, l’andare al di là dei propri limiti, la consapevolezza che la disciplina è alla base di tutto se convogliata in maniera corretta verso l’obiettivo.

Rammento la cerimonia del the, rammento l’annuale tributo al grande maestro Murakami in sua memoria, rammento il praticare degli esercizi di riscaldamento ai limiti dello sfinimento in pieno agosto come al gelo di dicembre, senza climatizzatore nè riscaldamento, rammento il pavimento gelato e noi a piedi nudi saltando a pieno ritmo per tentare di riacquistare la sensibilità delle gambe… dieci anni meravigliosi in cui ho imparato che il corpo segue la mente, che siamo padroni di noi stessi, che con la volontà si arriva ovunque, dieci anni stupendi che mi mancano da quando, appena sostenuto l’esame per il primo dan, ho lasciato il dojo e i miei amici a causa di alcune vicissitudini contrarie al mio essere me stessa, che avrebbero svilito la mia dignità, che mi hanno costretta a cambiare strada.

Ho amato la magia dei kata, danze volteggianti nell’armonia del corpo e del ritmo, e ancora rammento un kata avanzato, complesso e bellissimo eseguito in maniera magistrale su una spiaggia, al tramonto, da un amico… sembrava salutasse il sole, sembrava un tributo silenzioso e magico al sole morente nel mare, prima di iniziare una danza vorticosa di ichi, ni, san, shi, go, roku…. prima di volare sulla sabbia nella perfezione assoluta di un corpo totalmente dominato da una mente allenata…

Ho amato i nomi di ogni singolo attacco o difesa, imparati a fatica in una lingua tanto distante dalla nostra, ho amato parole e suoni e frasi poi pronunciate spesso per aiutare i dialoghi tra me e la deliziosa e sfortunata  moglie di mio cugino, giapponesina doc, con la quale ho intavolto discorsi bellissimi in inglese misto a tedesco e a giapponese, lei che era di diretta discendenza samurai, lei che come un piccolo samurai ha lottato tanto eppure ha perso, sconfitta da un male più feroce di lei.

Oggi il karate mi manca da morire, ma il poco tempo che il lavoro mi concede è tutto dedicato a mio figlio, al mio strepitoso undicenne che amo alla follia e del quale mi innamoro sempre di più, ogni giorno che passa… chissà se mai tornerò a praticarlo perchè il karate non è uno sport, non è una disciplina, è un modo d’essere e di concepire se stessi… ma nel mentre aspetto di riavere un contatto con una cultura che amo visceralmente mi concentro, quando posso, su una cucina in cui ogni gesto è un’opera d’arte, in cui ogni piccolo particolare porta con sè un significato profondo e ancestrale, gesti che a me non riescono perfetti, tutt’altro… ma ci provo e poi sono felice!

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Il sushi è il tradizionale riso acido, elemento base della cucina orientale, conservato sin dell’antichità grazie all’uso dell’aceto di riso, misto a sale e zucchero, che ancor oggi dona alle “pallotte” di riso quel sapore così caratteristico, ed è grazie al riso così trattato che veniva conservato anche buona parte del pesce, seppur utilizzato solo nelle grandi occasioni a causa del prezzo elevato e non accessibile al popolo, quindi quando si parla di sushi ci si riferisce a qualsiasi preparazione a base di riso e non di “pesce crudo” come spesso sdegnosamente sento dire in giro da chi non lo apprezza ed, evidentemente, nemmeno lo conosce.

Il sushi di pesce è sano, magro, gustoso, purchè si abbia l’accortezza di congelare il pesce freschissimo appena acquistato, per evitare pericolose infestazioni da Anisakis, ma per il resto fa parte di un’alimentazione assolutamente sana; sto parlando genericamente di “sushi”, ma intendo anche preparazioni quale il sashimi, l’uramaki, il futomaki o altre varianti relativamente alle quali non sto a dilungarmi tanto è tutto buonissimo e io non sono uno Shokunin, ma solo un pasticciona che ci prova!

Il riso è stato risciacquato molto bene per togliere l’amido e poi cotto (io ho usato la risottiera da microonde che cuoce “quasi” al vapore); va utilizzato un riso a grani piccoli e dopo la cottura deve rimanere privo di amido e ben sgranato, dopodichè per ciascuna tazza di riso cotto verso un cucchiaio di aceto di riso pronto all’uso, mescolo e lo stendo sull’alga nori, poi aggiungo un velo di maionese fatta da me (molto light), un bastoncino di avocado e uno di salmone… e qui inizia il dramma! Avete la stuoietta di bambù? Auguri…. io ho utilizzato inizialmente un tappetino di silicone per arrotolare il tutto,  imprecando in aramaico, poi ho acquistato il sushi-roll che mi ha aiutata parecchio!

Per fare le pallotte di riso, come le chiama mio figlio, ho imparato a mettere sul fondo di una tazzina da caffè un pezzetto di pesce (salmone, tonno, sgombro… quello che volete) e coprire poi con del riso sino a riempire la tazzina, poi verso la tazzina su un tagliere e il giochino è fatto (confesso di averci rimesso anche una tazzina)!
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Ho accompagnato la cena con della salsa di soia dolce in cui ho sciolto della salsa wasabi (salsa al rafano) e con dello zenzero in agrodolce, utilissimo per “ripulire” la bocca tra un boccone e l’altro; ovviamente non poteva mancare dell’ottimo sakè, distillato di riso da bere caldo e che ha un potere dissetante incredibile ed oltre ogni rosea aspettativa, ma se siete astemi un the al gelsomino è perfetto.
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I nipponici, di una saggezza incredibile, fanno precedere sempre il pasto da una minestra calda e brodosa, perfetta per rilassare le pareti dello stomaco e favorire la digestione, ma non sempre è semplice reperirne gli ingredienti e infatti io non l’ho fatta, però quella a base di alga e funghi è strepitosa!
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CONSIGLIA Torta di mais

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