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ottobre 2012

Carne

Arrosto al latte (ma cotto nella lavastoviglie!)

Finalmente è arrivato l’autunno, finalmente si è portato via le zanzare che mi stavano dissanguando il figliolo (da me non ci vengono, mi sa che sono brutta, sporca e puzzolosa… ), finalmente è arrivata la bora, un vento che amo moltissimo, come tutti i miei concittadini che con questo gelido vento di est nord-est ci sono nati, che sono vissuti combattendo contro le gelide raffiche di burja proveniente dalla Russia, memori di quando ogni angolo di strada era “abbellito” dai paletti con le catenelle, indispensabili per i passanti che rischiavano un rovinoso capitombolo ad ogni raffica che superasse i 100 km/h.

Sì, perchè la bora arriva quasi sempre a questa intensità, spesso superandola, e non di rado ci siamo avvicinati ai 200 km orari, eppure è bellissima, il cielo è terso, limpido, l’aria è pulita, non c’è smog, nessun fumo di scarico, il monossido di carbonio rimane solo un ricordo, nessun scarico industriale, nessun residuo dato dagli impianti di riscaldamento, una meraviglia anche per lo sguardo perchè i colori cambiano, sono più vividi, come dopo una pioggia intensa.

Chi in questa città non ci è nato spesso non la sopporta, riferisce la sensazione di trovarsi nella centrifuga di una lavatrice, eppure è meravigliosa, riesce a trasformare il mare che, dalle sembianze estive perfettamente mediterranee, riesce ad eguagliare la bellezza di un porto aperto sul Baltico.

Sono riflessioni nate nel provare questa ricetta, perchè è stata la mia amica Libera, di Accantoalcamino, che me l’ha insegnata… e Libera è una mia concittadina, anche se “in trasferta” a qualche chilometro da me, perchè so che con un soffio di bora riesco a mandarle un po’ del profumo del “nostro” mare…

Ieri sera navigando nel web ho trovato questa bella leggenda, che copio tale e quale come l’ho letta, non conosco l’autore che ce la riporta in maniera così poetica, ma lo ringrazio e mi complimento per la bravura nella stesura.

LA LEGGENDA DELLA BORA

Molti, molti anni fa Vento, scorrazzando per il mondo con i suoi figli, tra cui Bora, la più bella e la più amata, capitò in un verdeggiante altipiano che scendeva ripido verso il mare. Bora si allontanò dall’allegra brigata dei suoi fratelli, per correre a scombussolare tutte le nuvole che si trovavano in quell’angolo di cielo e a giocare con i rami dei quercioli e dei castagni, che si agitavano …nervosi al suo passaggio. Dopo un po’, stanca di correre di qua e di là senza alcuna meta, Bora entrò in una grotta dove, nel frattempo l’umano eroe Tergesteo, un Argonauta sulla via del ritorno dall’impresa del “Vello d’Oro”, con l’invitta spada Buriana al suo fianco, si riposava dal lungo viaggio.Tergesteo era così forte e così bello e così diverso da Vento, e da Mare e da Terra e da tutto quello che fino a quel momento Bora aveva visto e conosciuto, che di colpo se ne innamorò. E di colpo fu passione tempestosa, passione che Tergesteo ricambiò con eguale impeto: e i due vissero felici in quella grotta tre, cinque, sette splendidi giorni d’amore. Allorché Vento si accorse della scomparsa di Bora (ci volle un bel po’ di tempo perché i suoi figli erano tanti e molti di loro parecchio irrequieti) si mise a cercarla tutto infuriato. Cerca di qua, cerca di là, cerca che ti cerca – al vedere tanta furia tutti si nascondevano al suo passaggio- finché un cirro-nembo brontolone, irritato da tutto quel trambusto, gli rivelò il rifugio dei due amanti. Vento arrivò alla grotta, vide Bora abbracciata a Tergesteo, e la sua furia aumentò enormemente. Senza che la disperata Bora potesse in alcun modo fermarlo, si avventò contro l’umano, gli strappò la spada dal fianco, lo sollevò e lo scagliò contro le pareti della grotta, finché l’eroe restò immobile al suolo, privo di vita. Vento, per nulla pentito del suo gesto, ordinò a Bora di ripartire, ma lei impietrita dal dolore non ne volle sapere. Bora piangeva disperatamente e ogni lacrima che sgorgava dal suo pianto diventava pietra e le pietre erano ormai talmente tante, ma tante, da ricoprire tutto l’altipiano. Allora Odino, che era un Dio saggio, ordinò a Vento di ripartire e di lasciare Bora sul luogo che aveva visto nascere e morire il suo grande amore: ma Bora ancora non smetteva il suo pianto. E allora Terra, preoccupata per tutte quelle pietre, che rischiavano di rovinarle irrimediabilmente il paesaggio, concesse a Bora di regnare sul luogo della sua disperazione e le affidò la spada di Tergesteo con il potere -in caso di pericolo – di chiamare venti di tempesta in difesa del suo Regno. E Cielo, per non essere da meno di Terra, concesse a Bora di rivivere ogni anno i suoi tre, cinque, sette giorni di splendido amore. Allora, e solo allora, Bora smise il suo pianto.Le storie dei grandi amori finiti male commuovono sempre e anche la grande Madre Natura sentì un piccolo nodo alla gola nel vedere la disperazione di Bora. E così dal sangue di Tergesteo fece nascere il Sommaco, che da allora inonda di rosso l’autunno carsico. Anche Adriatico non volle essere da meno e diede ordine alle Onde di lambire il corpo del povero innamorato ricoprendolo di conchiglie, di stelle marine e di verdi alghe. Così che questo si elevò alto verso il cielo diventando più alto di tutte le alte colline, che già coprivano quest’angolo di mondo. E i primi uomini giunti su queste terre si insediarono sulla collina di Tergesteo e vi costruirono un Castelliere con le lacrime di Bora divenute pietre. Con il passare del tempo il Castelliere divenne una città, che in ricordo di Tergesteo venne chiamata Tergeste, dove ancora oggi Bora regna sovrana, soffiandovi impetuosa: ”chiara” fra le braccia del suo amore, “scura” nell’attesa di incontrarlo.

(foto tratta dal web)

Questa è una ricetta ideale se vi aspetta una giornata particolarmente intensa e piena di impegni, in quanto è sufficiente avere a propria disposizione un vaso di vetro ermetico: io vi ho inserito un bel pezzotto di arista di maiale, un paio di rametti di rosmarino, uno spicchio d’aglio, qualche chiodo di garofano e qualche bacca di ginepro, un pizzico di sale aromatico (ne preparo alcuni vasetti in anticipo con sale grosso, uno spicchio d’aglio e aromi e spezie a volontà) e mezzo litro di latte, poi ho chiuso il coperchio e ho posizionato il contenitore nella lavastoviglie, tra i piatti del pranzo da lavare, ho fatto partire il lavaggio lungo e la sera mi sono limitata a terminare la cottura.
Una volta  estratto l’arrosto dal forno l’ho affettato per poter terminare la cottura in padella con il latte di cottura, che poi, estratta la carne, ho addensato con un po’ di farina e ripassato al minipimer per ottenere una crema (confesso di averci aggiunto un pizzico di grappa, ci stava benissimo); ho accompagnato la carne con del pane appena sfornato e una bella insalata di cavoli cappucci, delicatissima e deliziosa!

Primi

Quadrotti di pasta con foglioline di salvia

ImmagineEro solo una bambina, ma il suo ricordo è ben vivo, nonostante lei non fosse dotata di una particolare personalità, di quelle che si ricordano, nè di un piglio tale da rimanere impresso nel tempo… ma la sua forza, la sua energia che tramutava il suo corpicino minuto in un uragano, quella sì che la rammento.

Era una donnina piccola, magra, pallida nonostante la pelle coriacea di chi vive dei frutti della propria terra, veniva da chiedersi come fosse riuscita a mettere al mondo due figli, di come riuscisse a tenere a bada un cane grosso il doppio di lei, di come riuscisse a mantenere vivi quattro terrazzamenti di campagna; la ricordo con il suo grembiulino, falcetto in mano, china su un appezzamento di radicchio, la ricordo sollevare a braccia il secchio dal pozzo, la rammento bella e vestita a festa, con la retina sui capelli, mentre si apprestava a farsi a piedi tutta la collina per assistere alla funzione della domenica, quella rigorosamente in lingua slovena, quella alla quale la accompagnavo e che seguivo a fatica a causa di una lingua a me ostile, poi premiata dalla visita al panificio e da un profumatissimo krapfen alla marmellata, lei che di spiccioli ne aveva ben pochi e che comunque è riuscita a mettermi da parte un bel gruzzoletto sin dalla mia più tenera età.

La ricordo in cortile, china sulla tinozza in legno, una tinozza enorme, con l’asse da bucato appoggiato al grembo mentre, in pieno inverno e con le mani nodose immerse nell’acqua gelida, faceva la “lissia” e strizzava le lenzuola in un modo tale che nemmeno la centrifuga più potente riesce ad eguagliare, la ricordo mentre spignattava sullo “spargher”, aggiungendo ciocchi di legna appena il calore scemava, la ricordo d’estate, seduta in cortile, mentre separava il radicchio dall’erba “matta”, sedeva sui gradini della veranda e teneva sulle ginocchia una tavoletta di legno marrone, poi la riappoggiava sul tavolo del cortile… era bianco il tavolo del cortile ed era sempre ricoperto di pagine del quotidiano che leggeva, era il “Primorski Dnevnik”, e veniva regolarmente riciclato per stendervi la pasta all’uovo ad essiccare.

Era buona la tua pasta all’uovo nonna… ne sento ancora il sapore e io non sarò mai brava come te, ma ci voglio provare… tutta per te, nonna Tona!

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In effetti non è certamente un piatto difficile, ma, se presentato bene, fa davvero la sua bella figura, quindi ci ho provato unendo a 500 gr. di semola rimacinata un paio di cucchiaini di sale fino e 6 uova e impastando sino ad ottenere un bel composto omogeneo che ho fatto poi riposare; la fase di riposo è fondamentale per tutti i tipi di impasto per poterli poi lavorare meglio, anche se in questo caso la durata del riposo non è stata molto lunga, in quanto il tempo stringeva.

Comunque sia sono riuscita ad ottenere una pasta soda che ho steso con il mattarello il più sottile possibile, in quanto non possiedo un tirapasta che mi aiuti nel lavoro: ho ritagliato poi dei rettangoli nel mezzo dei quali ho posto una fogliolina di salvia, ho poi ripiegato su se stessa la sfoglia e l’ho tirata ancora un po’, rifilando poi bene i bordi del quadrotto. Io ho utilizzato un semplice coltello, ma anche con la rotellina seghettata l’effetto visivo è molto gradevole (confesso: non la trovavo….); a chi piace la pasta ripiena può essere un’ottima idea per farne dei ravioloni con una farcia a scelta, secondo me con la zucca ci sta da favola, ma non amo la pasta ripiena, quindi mi sono mantenuta sul semplice.

Ho cotto i quadrotti di pasta in acqua salata per cinque minuti e li ho conditi con un po’ di burro fuso, aromatizzato alla salvia e spolverizzato poi il tutto con un po’ di parmigiano: buonissimo nonostante la semplicità di esecuzione.

Questa vuole essere un’idea carina da utilizzare anche qualora si raccolga qualche erba selvatica commestibile, perchè con poco lavoro si ottiene davvero un piatto sfizioso!

Con la restante parte dell’impasto ne ho fatto comunque delle fettuccine poichè non a tutti in famiglia piace trovarsi la fogliolina nel piatto… buone, saporite, economiche e assolutamente sane!

Mai avrei pensato, da bambina, di ritrovarmi ad apprezzare tutte le belle cose che la mia nonna riusciva a realizzare con le proprie mani: è questa la realtà che amo, quella che profuma di famiglia e di focolare domestico.

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Un po' del mio mondo

L’inizio di una nuova avventura…

L’inizio di una nuova avventura…

Dopo aver trascorso un periodo in un altro blog, dove ho imparato e mi sono divertita e in cui ho conosciuto molte belle persone, ho sentito l’esigenza di creare uno spazio in più, un angolino tutto mio dove poter postare qualsiasi cosa mi passi per la mente, dove potermi sfogare senza combinare guai in cui coinvolgere anche le mie compagne… questo è il senso di “Cucina in controluce”, un mondo fatto di immagini e di manicaretti, un salotto di buone letture e di cinema… un angolino di me! Siate i benvenuti e lasciatemi un soffio del vostro passaggio…

Tatiana

CONSIGLIA Foresta di alberi innevati

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